Quel fiol d'un can d'un gato

Liberamente tratto da un canovaccio di Renato Abbo


Regia di Alvin

 


 

LA TRAMA
Si narra che Vicenza, città nobile e bellissima. nonostante il buon governo della Serenissima Venezia, fosse invasa dai topi. Si pensò di chiedere aiuto agli stessi Veneziani i cui "campielli e calli" erano notoriamente regno di moltissimi gatti. I Vicentini, con alcuni barconi, scesero il Bacchiglione e, giunti in laguna, riempirono le stive di centinaia di gatti. I Serenissimi, generosi ma burloni, in segno di ringraziamento per essere stati liberati di tante bestie fameliche e petulanti, offrirono una grande cena agli ingenui Vicentini, dove il piatto forte era naturalmente gatto arrosto spacciato per coniglio. Da allora, ahimè, i Vicentini furono etichettati come "Magnagati". Ed è proprio attorno alla scomparsa di un gatto, o meglio, di una gatta, che si muovono i protagonisti di questa vicenda, Berto e Tilde, rissosi coniugi che gestiscono una trattoria, non riescono a trovarsi d’accordo su nulla, figurarsi se lo possono essere sulla scelta del futuro genero. La loro figlia, Rina, infatti, è contesa da due spasimanti: il calzolaio Gidio e il ragionier Venanzio che chiedono l’intervento per il loro tornaconto a Don Prospero, il parroco del paese. Pieno di buone intenzioni ma un po’ sconclusionato e confusionario, il curato riesce soltanto ad ingarbugliare ancora di più le cose; ma a gettare letteralmente nello scompiglio tutti è la scomparsa della gatta Messalina, la coccolona della padrona di casa. Quando poi sorge il sospetto che il motivo di tale assenza sia legato a un piatto di funghi serviti in trattoria ma fatti assaggiare alla stessa gatta per stabilire se erano velenosi o no, equivoci e malintesi fanno ritenere Berto e Tilde responsabili di decine di avvelenamenti con tanto di morti e funerali per fortuna mai avvenuti. Alla fine tutto si aggiusterà, ma la gatta, non più ritrovata, rafforzerà ancor più la leggenda dei Vicentini "magnagati".

NOTE DI REGIA
Far rivivere e riscoprire attraverso l’arte del teatro, usi, costumi, modi di dire, aspirazioni, sogni, espressioni tipiche della Nostra Terra: questo è ciò che ci siamo prefissi nell’allestire questo spettacolo. Ecco perché partendo dal canovaccio iniziale si sono costruite situazioni anche paradossali, ma dove la semplicità, la spontaneità, l’ingenua litigiosità dei personaggi ricreano momenti di vita vissuta per raggiungere un frizzante umorismo. Ecco perché si è volutamente spostata l’azione scenica all’esterno, ricreando la "corte", o, se più vi aggrada, la vecchia piazzetta degli anni ‘50, dove tutto si combinava, dagli affari ai matrimoni. Ecco perché i personaggi sono volutamente semplici macchiette, ma disegnati con tratti leggeri, dove si
nascondono tutte le tensioni, le paure, gli umori-amori tipici di ognuno di noi. Ecco perché agli attori è stata richiesta una recitazione briosa ma naturale, senza la ricerca dell’esasperato effetto strappa applauso, ma incalzante e di gran ritmo in un continuo crescendo per creare una frizzante atmosfera comica di amore-odio dove i personaggi ci fanno apprezzare le tipiche sonorità del "parlar dialetto".

 

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